Apr 162013
 

Monte Pelmo (Belluno): Dinosauro

L’abitudine a marcare le nostre montagne con strutture invasive d’ogni tipo – ma prevalentemente religioso – e dimensioni, è talmente dura a morire che alcune associazioni ambientaliste hanno lanciato un appello pubblico per fermare questo scempio insensato. Stavolta è stata Mountain Wilderness Italia a lanciare l’appello, con un comunicato del 30 marzo scorso poi sottoscritto anche da WWF Italia, Pro natura, Amici della Terra, Comitato per la bellezza, Italia nostra, Altura, Comitato nazionale per il paesaggio.

Mountain Wilderness afferma che «in questi ultimi anni con sempre maggiore frequenza, il tradizionale uso di segnalare con una modesta croce il culmine delle montagne ha assunto un carattere sempre più vistoso e autoreferenziale, allontanandosi dal significato originario al punto da destare ragionevoli perplessità […] La montagna viene usata come palcoscenico di ambizioni personali o di gruppo, per imporre aggressivamente convinzioni religiose, marcare il territorio con un proprio segno inconfondibile, o per costruire business».

Nel comunicato, ripreso da Repubblica, si fanno alcuni esempi eclatanti, come il gigantesco dinosauro di tre metri d’altezza realizzato dallo scultore e alpinista Mauro Olivotto, e piazzato sulla cima del Pelmo, sopra Cortina D’Ampezzo, dove sarebbero stati trovati resti preistorici. Ma anche la statua del “Cristo pensante”, un pesantissimo blocco di marmo sovrastato da una croce metallica altrettanto “discutibile” (secondo la definizione che ne fa il magazineQuestotrentino, che ha ricostruito la vicenda), trasportata con un elicottero sulla cima del monte Castellazzo nel giugno del 2010 alla presenza dell’ex gaudente ora convertito Paolo Brosio (volto televisivo, prima della conversione, e ora imprenditore del sacro di successo) ha destato polemiche a non finire. Il Castellazzo si trova nel parco naturale Paneveggio-Pale di san Martino, dunque in un’area protetta. Le aziende di promozione turistica delle valli circostanti hanno appoggiato l’iniziativa e brindato al suo successo: l’invasione dei pellegrini che percorrono i sentieri fino alla croce ha ridato ossigeno all’economia locale, prima in crisi, causando però dei danni – al momento ancora lievi – e minacciando l’integrità dell’ambiente su cui la doppia scultura è stata calata.

L’elenco delle follie che hanno causato (o tentato di causare) danni all’ambiente alpino è lungo; alcune volte si è evitato solo di un soffio di eccedere in trovate kitsch, oltre che dannose: ricordiamo che in occasione delle olimpiadi invernali di Torino del 2006, qualcuno aveva addirittura proposto di illuminare a giorno l’intero versante del Monviso che si affaccia sul capoluogo piemontese, una follia che avrebbe comportato uno spreco enorme e altrettanto grandi squilibri all’ecosistema della montagna.

«Ormai non si occupano solo le vette più significative», prosegue il comunicato di Mountain Wilderness. «Questa discutibile abitudine sta tracimando su ogni cima, purché visibile dal fondovalle, e sta insidiando l’integrità naturale di crinali magari poco battuti ma reputati favorevoli alla promozione turistica del luogo. E’ sufficiente che singole associazioni o perfino singoli personaggi chiedano l’autorizzazione e ogni cosa viene concessa, spesso a prescindere dai valori qualitativi dell’opera, dall’impatto paesaggistico ed ambientale, dai negativi risvolti psicologici, etici e culturali che il progetto porterà come conseguenza, una volta realizzato […] Ai frequentatori viene di fatto negata la possibilità di attribuire liberamente alle loro esperienze in natura i valori interiori che sentono più affini, sopraffatti come sono dall’aggressività monocorde di tali installazioni, le quali, a nostro avviso, privatizzano e ipotecano indebitamente il “senso” di un bene comune. Siamo convinti che le montagne non abbiano bisogno di crocifissi e madonne per invitarci a pregare. Si può trovare la propria silenziosa preghiera anche appoggiandosi a un sasso o indugiando ad ammirare la torsione di un larice, i riflessi del tramonto sui rami di un pino mugo, meditando sulle sofferenze della prima guerra mondiale, ricordando il sorriso di amici scomparsi con cui un tempo si erano frequentati quegli stessi luoghi, o semplicemente concentrandosi sul ritmo del proprio respiro. Il rapporto spirituale degli esseri umani con gli spazi incontaminati della montagna non viene mai arricchito da strutture artificiali che tendono ad orientarne in una direzione o in un’altra il significato».

Dal Cai, Club alpino italiano, ancora nessuna reazione ufficiale; da registrare invece che la diocesi di Trento, tramite la Commissione pastorale turismo e sport, nel 2008 – forse spinta dalle polemiche sull’invadenza dei simboli religiosi in montagna – aveva emesso una nota in cui si affermava la possibilità che «l’entusiasmo di qualcuno proponga iniziative che “destano perplessità” dal punto di vista ambientale», iniziative che «si presentano come ispirate da buona volontà, ma che rischiano di snaturare il vero senso del messaggio cristiano». Già nel 2000 la diocesi in merito alla «dislocazione, sui nostri monti, di una serie di croci metalliche e luminose anche di notte, ad iniziativa di alcuni sedicenti “testimoni della croce”», suggeriva di «non appoggiare tali iniziative per varie ragioni, compresa quella del “rispetto dell’ambiente” che esige “soluzioni adeguate al nostro territorio”».

Vedremo se il pontificato di colui che si è dato il nome del santo-ambientalista per eccellenza saprà dare un segnale in controtendenza rispetto all’indifferenza complice del passato, e frenare “l’entusiasmo” di tutti quelli che della croce e della religione fanno – non solo in montagna – un business degno più del demonio che del dio cristiano.

(fonte: Cronache Laiche)

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