Dic 042013
 

Traviata

Quest’anno al Teatro alla Scala di Milano la consueta inaugurazione del 7 dicembre, sant’Ambrogio, vedrà in scena la celeberrima opera verdiana La Traviata. Al di là dell’evento sociopolitico in sé, mondano come c’è da attendersi che sia, la “prima delle prime” italiana ripropone un capolavoro su cui molto s’è detto. Eppure vale la pena di riflettere insieme ancora una volta sul senso della storia di Violetta Valéry, alias Traviata, così come messa in scena da Giuseppe Verdi nel 1853.

L’opera verdiana, in questo accomunata a non poche altre, ebbe l’ardire di presentare al pubblico di allora una vicenda del tempo di allora: un secolo di furfanti e prostitute, quello del romanticismo, che vide, accanto ad una spiritualità poco convenzionale, l’affermarsi dei primi bagliori di un nuovo razionalismo positivista. La storia della Traviata si riassume in poche righe: una dama ottocentesca, prostituta d’alto bordo, si innamora di un giovane di buona famiglia, Alfredo; l’amore è contrastato dal padre di lui, che grida allo scandalo ma infine si pente quando è ormai troppo tardi, lasciando la platea a commuoversi per la sorte di Violetta.

Una trama modernissima in cui è scontata l’identificazione con la protagonista. Per questo la censura, letta la bozza del libretto che Francesco Maria Piave scrisse per Verdi adattando il noto romanzo autobiografico di Alexandre Dumas figlio, La dame aux camélias, fu implacabile: la vicenda, ordinarono i censori, si svolga semmai nel frivolo Settecento. E così fu, quantomeno per la prima (accolta a suon di fischi) alla Fenice di Venezia.
Il buon Verdi, digerita questa modifica, dovette subirne un’altra ben più pesante. Nel 1854 per la rappresentazione al teatro Apollo di Roma, allora al centro dello Stato vaticano, la censura impose di cambiare di sana pianta il libretto fino a minarne il senso: Violetta diventò una donna innamorata, tradita da un Alfredo già promesso a un’altra donna. Una metamorfosi grottesca che solo la censura vaticana poteva immaginare.

Ma perché Verdi avrebbe accettato sforbiciate così pesanti? La risposta è semplice. Anzitutto il grande operista mal accolse l’intervento, dichiarando testualmente che «la censura ha guastato il senso del dramma. Ha fatto la Traviata pura e innocente. Tante grazie! Così ha guastato tutte le posizioni, tutti i caratteri. Una puttana deve essere sempre puttana». E chiosò, degno d’un Galileo: «Se nella notte splendesse il sole, non vi sarebbe più notte».
Ma Verdi fece buon viso a cattivo gioco anche perché poco altro poteva fare. Se Venezia si era limitata allo sfasamento temporale, Roma, che apparteneva allo Stato vaticano, impose addirittura un cambiamento di significato. E ci volle l’unità d’Italia perché la vicenda venisse riabilitata così come si era svolta, come narrata da Dumas figlio e ripresa da Piave per l’opera di Verdi.

Così il famoso “viva Verdi”, dietro il quale si celava l’invocazione all’unità del nostro Paese, non fu solo un motto politico ma anche un inno alla laicità e alla libertà da inaccettabili precetti religiosi, anche in nome della musica.

(fonte: Cronache Laiche)

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