Steve McCroskey

Steve McCroskey

Padrone di ogni osteria, si dice abbia inventato la "minestra a nastro" e il "rodizio di spaghetti". Attorno ad una tavola imbandita si diverte a parlare di cinema purchè la discussione si concluda con un dolce in tavola. Spettatore atipico, lo potete sentire rovistare nei sacchetti di plastica delle caramelle nel momento più toccante di qualsiasi film, stravaccato sulla poltrona di un multisala, obbligatoriamente col bottone dei calzoni slacciato. Bulimico di cinema, molte volte scompare dalla circolazione e dal posto di lavoro, per chiudersi in casa a guardarsi uno dopo l'altro ogni episodio delle sue serie televisive e cinematografiche preferite. Il prossimo ritiro, ha annunciato, avverrà per il nuovo Batman.

Feb 062014
 

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E’ un periodo fortunato per gli “anime” nei cinema italiani, trascinati dalla riscoperta, tardiva, di Miyazaki prima e dalle due serie di “Ken il guerriero” poi, sono arrivati in sala in questi ultimi mesi “Akira”, “Capitan Harlock” e la prima parte della trilogia di “Berserk”.

Proprio la programmazione dei tre film sul prologo della saga di Berserk fa pensare ad un cambio di rotta della mentalità della distribuzione italiana. Una scelta di coraggio; il lavoro di Miura, oltre ad essere uno dei fumetti di maggior successo degli anni ’90,è un prodotto mediatico di rara violenza e cupezza che al confronto Tarantino, Roth e Park Chan-wook sono ragazzi dell’asilo con in mano martelli di gomma (ci sarebbe poi quella questione che il cattivo della storia, Grifis, altro non sia che la reincarnazione di Dio, il Dio cristiano, ma agli antipodi: malvagio, ambizioso, lussurioso, con una schiera di demoni mandati sulla terra a divorare la razza umana e stupratore e amante di vescovi sodomiti, trasformato in Italia dalla censura in un anticristo).

In un Medioevo apparentemente normale, durante la guerra fra Midland e Tuder  il piccolo orfano Gatsu viene allevato da un gruppo di mercenari, fra battaglie e stupri subiti dal proprio mentore. Cresciuto e sbarazzatosi del passato a colpi di spada, Gatsu inizia a vagabondare per le Midland fino all’incontro con l’Armata dei Falchi, un piccolo esercito di mercenari organizzati, al soldo del regno delle Midland, capeggiati dall’istrionico e carismatico Grifis, ancora nella sua versione umana, ignaro del proprio destino.

L’arrivo in squadra dell’inarrestabile Gatsu porta i Falchi ad un livello di potenza devastante, capace di porre fine alla secolare guerra, ma il suo successivo abbandono, dopo anni di servizio, precipita Grifis all’interno di una spirale di follia, bramosia frustrata e disperazione, tanto da sacrificare la propria armata ai demoni per raggiungere il potere di Phemt/Dio.

Qui si ferma la trilogia cinematografica e il precedente “anime”. Dal canto suo il manga procede con la narrazione raccontando le gesta di Gatsu, sopravvissuto al sacrificio dei Falchi, in cerca di vendetta nei confronti di Grifis.

Il racconto, da epico e violento nella prima parte, fra corpi di uomini e animali costantemente dilaniati, diventa cupo, pessimista e ancora più brutale nella seconda: l’umanità sottomessa al potere demoniaco, aggrappata ad una serie di Apostoli, in realtà demoni infiltrati, capace di dare vita a culti para-religiosi, panteistici, dove sacrifici, torture umane e cerimonie a sfondo sessuale si consumano come l’ostia a messa.

Ad alleggerire il tono e a fare da contraltare una serie di personaggi comici, che accompagneranno Gatsu nelle varie imprese, rendendo frivolo parte del racconto.

I primi due film di Berserk, “L’epoca d’oro”, sono già acquistabili in dvd in Italia e sono stati proiettati al cinema in un doppio appuntamento l’autunno scorso; il terzo capitolo è disponibile in Giappone, ma ancora s’ignora la data d’uscita italiana. In molti speriamo che la trasposizione finalmente continui e chi ancora non conoscesse questo mondo, si armi di stomaco di ferro e corra in videoteca o su eBay.

Gen 182014
 

Fatemi-andare-realtime

Venerdì scorso la consorte mi ha costretto a guardare in televisione “Il boss delle cerimonie” su Real Time, un’orgia di un substrato culturale fatto da tamarri che portano avanti unicamente il culto di sé stessi (e che culto), nella più totale vanagloria generalizzata, con la speranza di apparire importante o d’esempio per qualcuno (e persino riuscendoci) almeno per 5 minuti, in eterno inseguimento della previsione wharloriana dei nostri tempi. Ma come “Il boss delle cerimonie” ci sono tanti altri programmi all’opposto della decenza nella televisione di oggi e conoscendoli li si evita e ci si dedica ad altro. Il programma è invece diventato un vero e proprio caso, con mezza Campania in subbuglio.

Durante la trasmissione dello show, l’altra sera facebook e twitter sono “esplosi”. Nell’arco delle due ore della messa in onda sono nati e cresciuti velocemente gruppi a chiedere a gran voce la chiusura del programma (qualcuno era nato anche prima), colpevole di voler rappresentare la cultura napoletana attraverso una serie di tamarri e di kitscherie; il giorno dopo diversi giornali del capoluogo campano titolavano disgustati al vilipendio mentre membri dell’amministrazione comunale chiedevano formalmente la sospensione della messa in onda.

Eppure “Il boss delle cerimonie” non mostra, purtroppo, nulla di nuovo. Già la stessa rete aveva messo in programmazione questo autunno un format del tutto identico basato sui matrimoni gitani e nessuno per questo si è stracciato pubblicamente le vesti, ancorché fioccasse gente ben più “bizzarra”. Per la serie, puoi far di tutto, basta che non lo fai a casa mia. ?”Il boss delle cerimonie” può essere veramente un “case history” da manuale di sociologia, ma non, come vorrebbero i suoi detrattori, per lo spettacolo evidenziato, ma per le reazioni che ha generato in un’Italia ipocrita, bacchettona e che pensa ancora che tutto quello che viene mostrato in tv sia vero, rappresentante della totalità e che voglia rappresentare la totalità. Perchè il problema maggiore che sta crucciando decine di napoletani in questi giorni è il tentativo di distinguo di far passare il messaggio che “non tutti i matrimoni a Napoli vengono celebrati in questo modo e non tutti i napoletani sono così”

“Il boss delle cerimonie” è un programma che non va chiuso perchè capace di ironizzare in maniera grottesca, più o meno volutamente, sulla cultura meridionale di oggi, è a suo modo una lezione di cultura da non imparare, rappresentando il decalogo del cattivo gusto.

“Il boss delle cerimonie” sarebbe un programma da chiudere per ben altro; perchè utilizza la parola “boss”(“Il boss di questo”, “Il boss di quello” inizia a essere pesante) in una terra piena di cadaveri generati da “boss” (bacchettoni anche qua), ma soprattutto perchè arricchisce gente che ha evaso le tasse e costruito una villa in stile Las Vegas abuso edilizio dopo abuso edilizio. Condanna di cui Real Time è a conoscenza, difendendosi con la semplice motivazione che “ai proprietari per ora è stato concesso l’uso dei locali incriminati”. Ma di tutte le lamentele che si sentono, nessuna riguarda questi due punti, quindi, la scaletta dell’imbarco da che parte sta?

Dic 072013
 

Dirty Sexy Money è un prodotto stoppato al 13° episodio della seconda stagione, con un finale in sospeso, ma con il 90% dei punti narrativi chiariti. Perché guardarlo allora? Per il semplice piacere di guardare, per le finezze narrative disseminate lungo il testo, per la maturazione della scrittura. E poi le soluzioni possibili per la conclusione della storia sono minori delle dita di una mano.

Al centro della narrazione è posta la più potente, controversa e ricca famiglia americana, i Darling, intercettata mentre il patriarca, Patrick “Tripp” III, Donald Sutherland, è impegnato a manovrare per assicurare al primogenito (Patrick IV, William Baldwin) un posto in Senato. La strada, che alla fine dovrebbe portare i Darling per la prima volta alla Casa Bianca, viene minata dalla morte dell’avvocato di famiglia, uomo di fiducia, risolutore di problemi, Dutch George, miglior amico di Tripp, che precipita con l’elicottero.

Dopo essere così uscito anni addietro dalla porta di servizio, rientra nella vita dei Darling il figlio di Dutch, Nick (Peter Krause di Six Feet Under), PM di pubblica fama, noto per le battaglie dalla parte dei deboli in contrasto con le possibilità di ricchi potenti. Il buono e giusto.

Cresciuto in casa Darling come il bambino in più della dinastia, una cotta, e più, giovanile, ricambiata, per Karen (Natalie Zea), mezzana della famiglia, regina delle cronache mondane, collezionista di matrimoni, Nick si era allontanato da un mondo opposto ai propri principi, in pieno conflitto col padre, assente, balia dei Darling capaci di creare qualsiasi baraonda, una madre impachettata in Francia poiché pazza.

Il procuratore decide comunque di far luce sull’assassinio del padre, ufficialmente normale incidente, e, sospettando che il mandante si annidi fra i Darling stessi o nei giochi di potere della famiglia, accetta l’invito di Tripp a prendere il posto del genitore e rientrare nell’universo odiato. La trama dell’indagine sarà quindi infiocchettata attraverso segreti svelati della Discendenza (la relazione extraconiugale di Letitia, moglie di Tripp, con Dutch; la passione per i transessuali di Patrick IV; il figlio segreto di Brian, terzo genito Darling e pastore episcopale), lotte economiche con gli oppositori della dinastia (il principale, Elder, uno dei sospettati dell’omicidio), problemi familiari di Nick, spinto a ricalcare il cammino paterno dalle beghe dei cinque figli Darling, con una moglie impaurita di perderlo.

Ad irritare nella narrazione è immediatamente il quadro ironico dipinto sopra le righe: un po’ feuilleton, un po’ soap opera, DSM calca forzatamente la mano nella caratterizzazione Darling, accentuata nel doppiaggio, utilizzando beceramente la soluzione di bambini viziati e troppo cresciuti. Superato questo primo impatto, entrati nella filosofia sarcastica del prodotto, DSM riesce ad intrattenere dispensando perle di scrittura fra Paris Hilton stereotipate e capricciose figure alla Nixon. Quando, al culmine del climax di seconda puntata, Tripp rivela di conoscere la password della valigia di Dutch, la data di nascita di Letitia, ammettendo di conoscere da anni la relazione fra moglie e amico, si capisce come la serie abbia a disposizione potenziali di scrittura difficilmente rintracciabili in altri lavori. Peccato che tali finezze appaiano intermittenti, ma da una parte il piacere di scovarle, dall’altra la maturazione dei personaggi (la moglie di Nick si rivelerà la più influenzata dai Darling; la crescita del giovane Jeremy; la crisi d’età, esistenziale e di fede, di Brian che scopre pure di essere stato “parcheggiato” in chiesa per la propria sicurezza), DSM appassiona episodio dopo episodio fino all’ultimo colpo di scena, la risoluzione del caso Dutch, lasciando alla fantasia dello spettatore la conclusione del racconto.

Ott 262013
 

terence-hill-don-matteo

Qualche giorno fa, su Vice, è comparsa un’intervista di Laura Tonini a Aaron Ariotti, sceneggiatore di diverse puntate di molte fiction andate in onda su Rai e Mediaset (Don Luca, Sotto casa, Il tredicesimo apostolo, I Cesaroni), dal titolo “Perchè le serie tv italiane fanno schifo?” dove si ragionava sullo spettatore televisivo medio italiano, sulla qualità e l’auto censura degli sceneggiatori italiani.

Partiamo innanzi tutto dal presupposto che il titolo è sostanzialmente sbagliato, ma alla fine della fiera tutto sommato giusto. Prodotti di qualità italiani ci sono, anche se non si direbbe: Romanzo Criminale, Il mostro di Firenze, Boris, Moana (quadrilogia di Sky), La nuova Squadra (dove anche il compianto Taricone faceva la sua figura), Camera Cafè, Tutti pazzi per amore, a modo loro I Cesaroni, qualche serie di Distretto di Polizia.

I ragionamenti da fare sono altri e purtroppo persino politici.

Primo elemento, la veridicità: una gang entra in una banca per una rapina indossando maschere da clown; in ospedale arriva un adolescente con cicatrici di sigaretta sul braccio che in realtà nascondono problemi di relazione con la famiglia. Visto in un prodotto americano, la cosa è trita e ritrita ma non ci urta; visto in un prodotto italiano si ha immediatamente la sensazione di assistere ad una pagliacciata. Perchè?
Perchè la sospensione di incredulità alla base di tv e cinema funziona benissimo per i prodotti importati e malissimo per quelli italiani, verso i quali tutti quanti assumiamo un livello critico superiore.  Perchè il livello degli “attori” italiani è bassissimo, a tal punto da far esclamare al maggior consulente di fiction delle produzioni italiane, di cui è meglio non citare il nome, di “accorgersi purtroppo di aver davanti un buon prodotto italiano quando il girato non rovina la qualità sceneggiatura”, dove invece nelle altre realtà produttive, di regola, il girato migliora la qualità della sceneggiatura.

Per Berlusconi e il duopolio RAI-Mediaset (ma qui apriti cielo, un cielo dove si va ad incanalare il Rubygate, Saccà e vallettopoli, il processo Mediaset, Michelle Bonev e tanti come lei, a vantaggio di Sky guardata quasi come il messia, ma un messia con una fetta di pubblico comunque piccola).

Perchè le fiction sono utilizzate per fare politica; vedi tradimento di Barbareschi ai danni di Fini per tornare nel Pdl in cambio di tre fiction in RAI.  Perchè i committenti (RAI e Mediaset) hanno stabilito di far lavorare solo determinate case di produzione a turno e le case di produzione si affidano alle stesse persone “collaudate”.

Perchè, di conseguenza quello che viene detto nell’articolo di Vice, non conviene sperimentare e andare a cercare nuove fette di pubblico. Per la tipica logica conservatrice italiana e perchè ormai l’altra fetta di pubblico italiana, la tv l’ha abbandonata da tempo grazie ai forum di download di internet che la mettono in diretto contatto con i prodotti di qualità superiore senza aspettare che qualche emittente decida di spendere i propri soldi. Cosa impossibile, visto che il duopolio esiste proprio per appianare i costi, tenersi la propria fetta di pubblico (a cui ormai puoi appioppare qualsiasi cosa e tale rimane) senza far oscillare troppo il mercato ed evitare quindi rischi inutili per entrambi in una dispendiosa e sanguinosa lotta dell’auditel.

E quindi per anni saremo ancora tutti ostaggio di anziani, bambini e soprattutto pubblico passivo; i primi due, poi, di fronte ad un Trono di spade, Breaking Bad, Walking Dead, avrebbero la vita segnata e garantirebbero al MOIGE una scusa, quasi plausibile, di esistere.

Ott 052013
 

La tua prima esperienza col binomio cinema-automobilismo sportivo risale al lontano 1990, quando quel Giorni di tuono con Tom Cruise, diretto dal compianto Tony Scott, ti esaltò al punto tale che arrivasti a comprare un videogioco di Nascar, tu che prima d’allora non sapevi nemmeno le Nascar e i prototipi cosa fossero ed eri cresciuto a pane e Formula 1.

Poi arrivò il 2001 e quel Driven tanto voluto da Sylvester Stallone, oltre a farti ringraziare Ecclestone per non aver concesso i diritti sulla F1 e aver costretto Silvestro ad orientarsi sull’Indycar, ti convinse che no, Hollywood e auto da corsa fuori da un’ovale, due strade separate; meglio. D’altronde quel film, talmente brutto da essere quasi bello, ti aveva avvisato quasi subito quella sera al multisala: ti ritrovasti a sorpresa un Silvestro non più doppiato d’Amendola. E dove vuoi andare senza una voce del genere? Mesi dopo avresti conosciuto la verità.

Dodici anni passano, il botteghino cinematografico ti propone una nuova pellicola e questa volta sulla Formula 1 (ahi, pensi), anni ’70 (computer grafica a fiumi, ahi), Lauda Vs. Hunt (mmm… e per di più conosci già tutta la storia, ahi), Ron Howard alla regia (molto dubbio), sceneggiatura di Peter Morgan, che non è che abbia proprio scritto film “leggeri” o basati sull’impatto emotivo come può essere la F1 (altro grande dubbio).

Un po’ convinto dal trailer, con la speranza di non esserti imbattuto in un ennesimo trailer fuffa, ma soprattutto dalle musiche di Hans Zimmer, vai comunque a fare il biglietto, non sapendo bene se ti imbatterai in un Howard da Codice Da Vinci (ahi, ahi) o da Fuoco assassino. Al tuo fianco la tua squinza (ahi, ahi, ahi) che te la farà pagare per ogni centimetro di pellicola. Lo sai.

E invece.

E invece Rush (titolo, ahi) scorre via che è una meraviglia. Nonostante una sceneggiatura che si limita semplicemente, o quasi, a raccontare i fatti, incipriandosi il naso fomentando un conflitto, in realtà non così viscerale, a colpi di “stronzo”,  l’ennesima figura idiota rifilata al popolo italiano (i due napoletani che in Trentino incontrano Lauda, scena comunque divertente) e una scelta narrativa che non si concentra molto sull’aspetto emozionale ed emotivo dei gran premi (come quel Giorni di tuono) Rush ti si trasforma in una piacevole rivelazione.

L’assenza, per te, di colpi di scena riesce a rimanere marginale, merito della scelta di focalizzarsi più sullo “scontro” che sull’atto sportivo. La pecca di avere due personaggi che non si evolvono, rimangono uguali dall’inizio alla fine, disturba ma in maniera limitata. Rush sembra quasi più voler essere un documentario che un racconto di finzione, ben confezionato, anche se canonicamente sbagliato (come d’altronde era Froxt Vs Nixon, proveniente dalle stesse quattro mani); la parte motoristica c’è ed arriva anche ad esaltare; qualcosa di cui puoi fare a meno, vero, ma che non ti fa pentire del biglietto speso e non ti annoia sulla poltrona (al contrario di Frost Vs Nixon). E di questi tempi è già molto. E la squinza si è pure divertita.

Ago 312013
 

La morte corre sul fiume (1955)

Con molto pessimismo qualche sera fa ti sei messo davanti alla televisione per vedere La morte corre sul fiume. Saranno state le ultime scelte sfortunate in merito a film da vedere, il tuo livello di attenzione che ultimamente è calato a pochi minuti o i gatti che rompevano le balle, ma la voglia di metterti davanti ad un film del ’55 era pressoché zero, abbassata ulteriormente dalla presenza di Robert Mitchum, attore di cui non è che hai proprio apprezzato moltissimo i film, come protagonista.

Ma hai deciso di vederlo ugualmente, poiché da qualche parte, anche se ancora ti chiedi dove e in che occasione, ne hai sentito/letto positivamente e di conseguenza te lo sei procurato lasciandolo marcire sul comodino per settimane.

E invece, La morte corre sul fiume si è rivelato una bella sorpresa, nonostante una seconda parte di secondo atto alquanto inutile e registrata tanto per allungare evidentemente il brodo e un delirio complessivo che accende la comunità in un tentativo di improvviso linciaggio finale.

Il film diretto dall’attore Charles Laughton (il Bounty, un biopic su Rembrandt, Notre Dame, Hitchcock e infine Gracco in Spartacus), l’unica regia della sua carriera, sorprende fin dalle prime battute, dove Robert Mitchum si rivela essere un prete che ormai da molto tempo ha abbandonato le vie ecclesiastiche per percorrere la carriera criminale, senza abbandonare gli abati talari, e la pellicola si presenta come una black comedy estemporanea in un periodo dominato dalle commedie zuccherose e rassicuranti post conflitto mondiale e crisi economica.

Un contadino, stanco di vedere i propri figli soffrire la fame, compie una rapina dal pesante bottino. Vistosi braccato nasconde il tutto con l’aiuto dei figli e si consegna alla polizia. E in carcere fa la conoscenza di Robert Mitchum, il quale passerà il resto del film a cercare di rintracciare i soldi.

Senza svelare ulteriormente la trama, l’altro elemento che colpisce della pellicola, visto l’anno di realizzazione, è l’alto livello di violenza e la spietata descrizione della morale della società, seppur edulcorate dal tono comedy e da scelte di regia: sgozzamenti, cadaveri galleggianti in acqua, ragazzine che si prostituiscono e donne che si sposano unicamente per giacere di nuovo con un uomo sono elementi alquanto stranianti, visto il periodo, che compaiono nel copione di James Agree, tratto dal racconto di Davis Grubb.

Eppure, finito il film, ti fai i complimenti. Finalmente sei tornato ad azzeccarci.

Cinema da depressione

 Posted by on 10 agosto 2013  No Responses »
Ago 102013
 

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Se l’estate è la stagione dell’allegria, a noi piace andare controcorrente, farci del male, e fare una lista di quei film che, usciti dalla sala, rimpiangi di non avere un revolver a portata di mano per farla finita per il pessimismo e la depressione che ti hanno messo addosso. Tutti ci siam depressi davanti alla morte della madre di Bambi, l’abbandono di E.T., o la scomparsa di Artax nelle paludi della tristezza (stupido cavallo!), ma questi solitamente sono spezzoni di film posti all’inizio della storia. A noi interessano i finali.

Inevitabile partire da una pellicola già citata all’interno di questa rubrica, quell’Amata immortale che termina con la scoperta che per pochi minuti di ritardo e una servetta da prendere a cinquine il sogno dei due protagonisti è andato in fumo.

Il ritratto finale del secondo atto di Amici miei di un gruppo di cazzari, diventato con l’età ormai patetico, è di un pessimismo debordante che ti viene da piangere per la compassione nei confronti del conte Mascetti, sulla carrozzina, costretto dagli amici a partecipare ad una gara sportiva per disabili con la speranza di farlo sentire ancora giovane.

E’ un blockbuster, è un film storico, che finisce con la spinta di un sentimento di riscossione, ma quel maledetto spadone piantato in mezzo al campo di Bannockburn, quei flauti e quelle cornamuse, ti creano sempre un groppo al collo che ti strozza. Maledetto Braveheart!

In questo speciale elenco non potevano mancare due film del Neorealismo: Germania, anno zero è così pregno di allegria che al confronto Amleto è una sitcom; Umberto D e il tentativo di suicidio finale sono capaci di farti sentire solo e abbandonato anche in mezzo ad una festa in tuo onore.

Sulla lettura pessimistica di Inception c’è poco da dire, ma il ritratto della razza umana e del destino de L’esercito delle 12 scimmie ti fa desiderare che la bomba atomica che scoppia nel finale del film, scoppi davvero e la faccia finita in un istante.

Non c’è niente di peggio che vedere gli sforzi del protagonista resi vani da una serie di ostacoli insormontabili; come per il film di Gilliam, il racconto di Fiorello della marcia disumana a cui sono costretti i pinguini per un misero accoppiamento, il freddo, la fame, i chilometri e più della metà di loro che muoiono, fanno rientrare in questa deprimente lista persino un documentario.

Se avessimo stilato una classifica, indubbiamente avremmo assegnato i primi due posti ad Into the wild e Hachiko.

Nel film tratto da Krakauer, Chris muore perché per la fame confonde una pianta velenosa per una commestibile. Due settimane dopo sarebbe stato trovato, vivo, da dei cacciatori se non avesse sbagliato a conservare la carne di alce.

Vedere Hachiko, un bellissimo cane di razza, ricomparire sporco, puzzolente, annerito dal fango, dopo aver aspettato sotto pioggia e neve inutilmente il ritorno del padrone, ti fa salire le lacrime agli occhi solo a scrivere queste righe, sia nella versione originale giapponese, sia nella versione americana, sia nella versione di Futurama.

Lug 132013
 
  • Che doveva essere Tom Selleck ad interpretare Indiana Jones già lo sapevate di sicuro tutti, ma prima di arrivare ad Harrison Ford forse non sapevate che Spielberg&Lucas contattarono Bill Murray, Steve Martin, e Jack Nicholson. Lo sapevate ?
  • Spielberg&Lucas lavorarono contemporaneamente a Guerre Stellari e Incontri ravvicinati. All’epoca un salto nel buio per entrambi, così poco convinti dei rispettivi lavori si vendettero reciprocamente il 20% dei diritti sugli incassi. Spielberg è ancora lì che si frega le mani. Lucas no. Lo sapevate ?
  • Eppure Incontri ravvicinati fu un film che cambiò la storia del genere sci-fi cinematografico. Per la prima volta infatti le navicelle spaziali attraversavano lo schermo longitudinalmente e trasversalmente potendo dare adito ad una serie di menate semiotiche e linguistiche che vi risparmio. Lo sapevate ?
  • Parlando sempre di diritti di incassi: Jack Nicholson ottenne per l’ingaggio di Batman una percentuale sui diritti di vendita di ogni tipo del brand Batman. Così, oggi, se acquistate una maglietta, un cappellino, una tazza o comprate un dvd della trilogia di Nolan, aiutate Nicholson a passare una bella pensione. Ci provò pure Danny De Vito. Gli risposero picche. Lo sapevate ?
  • Rambo è tratto dal libro First Blood di David Morrell dove il protagonista alla fine muore. Nella versione di prova della pellicola, anche Stallone morì, così:

 

Ma il finale non piacque molto al beta test e fu rigirato. Lo sapevate ?

  • Uno dei marine del cast di Predator era Shane Black, in realtà sceneggiatore. Lo volle il produttore, per tenere sotto controllo il copione che Black stava scrivendo in quel momento, un certo Arma Letale. Con gli anni Black scrisse altri due Arma letale, il simpatico Kiss Kiss Bang Bang, l’onnipresente L’ultimo dei boyscout, Last action hero e Iron Man 3. Lo sapevate ?
  • I Ghostbusters all’inizio dovevano essere Dan Aykroyd, John Belushi e Eddie Murphy. Il secondo si sparò un overdose, il terzo preferì girare Beverly Hills Cop e così si andò in ginocchio da Bill Murray e lo sceneggiatore Harold Ramis decise di interpretare Egon. Lo sapevate ?
  • Quando i Goonies vengono recuperati dai genitori alla fine del film, farneticano di una piovra gigantesca e tutti per anni ci siam sempre chiesti che cavolo stessero dicendo. Colpa di Spielberg e Donner che tagliarono la scena, subito dopo gli scivoli d’acqua e prima del galeone. Lo sapevate ?
  • Nella stesura originale della sceneggiatura dei Gremlins, il cattivo ciuffo bianco in realtà era lo stesso Gizmo, mutato come i suoi simili. Fu Spielberg, produttore, a volere la versione che oggi tutti conosciamo, per sfruttare il marketing derivante da Gizmo. Ed è ancora versione che oggi tutti conosciamo. Gremlins, il cattivo ciuffo bianco in realtà era lo stesso Gizmo. tutti per annilì che si frega le mani. Lo sapevate ?
  • Siccome c’erano notevoli problemi ad arrivare a Michael J.Fox per Ritorno al Futuro, Zemeckis contattò Ralph Macchio (quello di Karate Kid) il quale glissò sostenendo che l’ennesima storia di un ragazzino in una macchina del tempo non sarebbe andata da nessuna parte. Se non nel futuro! Lo sapevate ?
Giu 292013
 

teendramas

Poveri ragazzi di oggi, una generazione perduta senza un teen drama di riferimento, qualcosa verso cui puntare senza inutili saghe twilightiane, mocciane o tokyo-hoteliane. Perché, seppur pubblicamente chiunque diceva di detestare Beverly Hills 90210 ed eredi, segretamente vi teneva sintonizzato il televisore mentre studiava. In quanti persero la notte e le settimane seguenti a chiedersi come si era ammazzato Scott, il compagno di David alla radio, perché un blackout aveva fatto saltare la trasmissione della puntata proprio al momento della scena ?

Nella nostra maturazione adolescenziale, siamo stati altalenanti fra il ciellino Brandon e l’ammazzafighe Dylan; tutte hanno tentato di immedesimarsi a turno tra la vorreimanonposso Brenda e la woodenpussy Kelly.

Dopo essere cresciuti a pane e 007 e gazzella e Hepburn, con l’arrivo degli anni ’70, e il definitivo boom televisivo, le generazioni di adolescenti dell’epoca avevano bisogno di essere indottrinate verso un tipo di cultura  del bravo ragazzo, umile, che parla spesso coi genitori dei propri problemi e soprattutto di donne e sesso (ma quando mai?!).

Tutto partì quindi con l’Happy Days di Garry Marshall, il rossiccio e imbranato Richie e il chiodatissimo Fonzie. Gli opposti si attraggono, creano una grande famiglia e tutti si vogliono bene. Ma i temi trattati erano ancora abbastanza fumosi.

Il vero bombardamento arrivò qualche anno più tardi, mascherato da sitcom, attraverso le vicende delle famiglie Keaton e Seaver. Quando non esplodeva una “polemica” familiare, il conflitto virava sulla vasta gamma delle tematiche adolescenziali, fino all’abbandono dell’ovile.

Con la maturazione della serialità televisiva il mondo fu pronto per accogliere Beverly, nella cui centrifuga venne frullata qualsiasi tipo di questione; i giovani avevano qualcosa con cui “raffrontarsi” in merito a droga, sesso, scuola, politica, etica, coppia, aborto, violenza. Partendo dai bacchettoni alla Brandon, gli altri personaggi interpretavano posizioni intermedie od opposte con cui scontrarsi.

I frequenti pipponi messi in piedi dagli uomini di Darren Star, portarono Kevin Williamson a sfornare per la decade successiva qualcosa di più leggero da digerire e meno frammentato. Arrivò così il mondo del mancato-alternativo Dawson e dei suoi amici un po’ molto sfigatelli, dove tutti ne hanno una nell’allegra periferia. Infine con O.C. si arrivò alla riabilitazione di nerd e cattivi ragazzi, così diversi, così uguali.

Ma con la fine di O.C. ci fu il vuoto, e tutt’ora i papabili successori sono stati cancellati o hanno virato verso un contenuto molto più racchiuso in un genere ben definito per acchiappare meglio una fetta molto più piccola, ma sicura, di audience. Ecco quindi che la grande massa adolescenziale non ha più un “punto fermo”, da idolatrare fino all’album di figurine o da deridere per la forzatura dei punti di vista, una sorta di libro sacro imposto dalla religione televisiva dove ti viene indicata la via maestra, e, bacchettonamente, la via sbagliata.

Ed è forse anche per questo motivo che i ragazzi vagano incerti attaccati ai cellulari e se interpellati su un argomento, riescono malamente ed unicamente a bofonchiare una risposta od una serie di versi gutturali.

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