Steve McCroskey

Steve McCroskey

Padrone di ogni osteria, si dice abbia inventato la "minestra a nastro" e il "rodizio di spaghetti". Attorno ad una tavola imbandita si diverte a parlare di cinema purchè la discussione si concluda con un dolce in tavola. Spettatore atipico, lo potete sentire rovistare nei sacchetti di plastica delle caramelle nel momento più toccante di qualsiasi film, stravaccato sulla poltrona di un multisala, obbligatoriamente col bottone dei calzoni slacciato. Bulimico di cinema, molte volte scompare dalla circolazione e dal posto di lavoro, per chiudersi in casa a guardarsi uno dopo l'altro ogni episodio delle sue serie televisive e cinematografiche preferite. Il prossimo ritiro, ha annunciato, avverrà per il nuovo Batman.

mag 202012
 

Pausa di una settimana, giusto per dare ragione a chi temeva non tanto Berlusconi quanto il Berlusconi in ognuno di noi e ad assistere alla sparata di Garrone contro la magistratura “ad orologeria”, rea di averlo “colpito” proprio mentre presenta il nuovo film a Cannes.

Ispirati da questa idiozia, questa settimana si parlerà di un film che tratta effettivamente di giustizia ad orologeria, anche se non a livello penale.

Le bianche tracce della vita, film sui pionieri americani, diretto da un regista inglese, Michael Winterbottom, tratto dal racconto di uno scrittore molto “saccheggiato” dagli Studio, Thomas Hardy.

Kingdome Come, cittadina nelle montagne del Nord California, Sierra Nevada, sorta attorno alla miniera di Daniel Dillon, accoglie a braccia aperte l’arrivo dell’ingegnere Donald Dalglish, incaricato di tracciare il tragitto della futura ferrovia che collegherà il nord degli Stati Uniti col Sud, in piena epoca di corsa all’oro, portando a Kingdome Come centinaia di persone in cerca di fortuna e aumentando gli affari e la ricchezza della cittadina, ovvero di Dillon stesso.

Con l’arrivo degli uomini della Central Pacific Railroad arrivano a Kingdome Come due donne, custodi del passato di Dillon, la moglie, malata di tisi, e la figlia, vendute quasi vent’anni prima proprio in cambio della miniera.

La giustizia “ad orologeria” intorno al destino di Dillon si intreccerà così con lo studio del percorso della ferrovia, nel cuore delle montagne innevate, ben catturate dalla fotografia di Alwin Kuchler, in un continuo contrasto fra il biancore dei paesaggi e le soffuse luci delle candele all’interno delle varie case; persone glaciali all’esterno, divorate da intense passioni all’interno. Il ritorno della moglie da una parte porterà Dillon a riscoprire i sentimenti sacrificati per soddisfare la propria ambizione, dall’altra lo trascinerà in un rapporto sempre più conflittuale con la propria amante, Lucia, direttrice del bordello cittadino, simbolo entrambi del potere e della proprietà di Dillon.

Sarà proprio Lucia, infatti, ad abbandonare per prima il pioniere, dopo la decisione di Dalglish di non far passare la ferrovia per Kingdome Come: troppo costoso e inutile salire in cima fino alla città, meglio far passare il treno a valle, anche se lontano dalle miniere e dai centri abitati esistenti. Non sarà la ferrovia ad andare dagli americani, ma gli americani ad andare alla ferrovia, lasciando Kingdome Come e il suo fondatore alla totale desolazione e al fallimento della sua esistenza, abbandonato dai suoi cittadini e dalla morte della moglie, sottolineata dalla struggente musica di Michael Nyman. L’epoca del mito e dei sogni crollano di fronte al progresso

Now…We ride!

 di - 6 maggio 2012  Commenta »
mag 062012
 

Una regola non scritta del mondo cinematografico dice che un film, con le prime inquadrature, deve svelare molto, se non tutto, del proprio protagonista e, possibilmente, di quello che si troverà nel proseguo della narrazione. Solitamente si cita a modello d’esempio il carrello iniziale di La finestra sul cortile.

Rango è stato un divertissement dello sceneggiatore John Logan, uno dei più apprezzati screenplayer americani (Ogni maledetta domenica, The Aviator,  il prossimo Lincoln di Spielberg), nato da un’idea concepita insieme al disegnatore James Byrkit e al regista Gore Verbinski (i primi tre Pirati dei Caraibi); un cartone animato del 2011 che ironizza sul mondo western. Protagonista, un camaleonte appassionato di cinema.

Nella prima sequenza lo vediamo recitare nel suo terrario varie scene dozzinali di film melensi che lo codificano come esperto di cinema di genere allo stato puro, bramando una qualche avventura che puntualmente gli rotola fra i piedi, catapultandolo in un villaggio sperduto nel deserto. Qui, un po’ come l’eroe di Ritorno al futuro, un po’ come il sarto dei fratelli Grimm, si spaccia per un grande eroe dal nome Rango e, con l’aiuto del caso, riesce a sconfiggere in duello il rapace che da tempo terrorizza il villaggio, ottenendo al volo la nomina a sceriffo e il proseguo della storia.

Da una parte ci troveremo quindi la bella di turno dal nome Borlotta (Bean nella versione originale) in onore ai mitici fagioli, dall’altra una serie di cavalcate lungo la Monument Valley volutamente senza senso e senza destinazione; duelli (a tre) con un solo colpo in canna, uno spirito del western Eastwoodiano (Clint Eastwood, tra l’altro, era il nome scelto da Marty McFly) a guidare l’eroe durante il suo cammino, e una serie di citazioni dove chi più ne riconosce, meglio sta.

Rango è il classico film a due livelli; il primo adatto ad ogni tipo di spettatore, con una storiella divertente, per grandi e bambini, con animali solitamente non presi in rassegna dai vari cartoon, tutti con la caratteristica di essere esteticamente brutti e sporchi (Dirt, il nome del villaggio); il secondo, prospettato per gli appasionati di cinema che riescono a cogliere in una battuta, in un gesto o in una scena, il riferimento ad un film o allo stereotipo di genere.

Come appunto pronosticato dalla scena iniziale, Rango è un film che parla di cinema; non si prende un genere a caso o il mondo del cinema in generale, si prende il western, genere fondativo del cinema per antonomasia, della sua epica e del suo star system, con un personaggio che con questo mito non ha fatto altro che nutrirsi ed è fisiologicamente portato ad identificarsi con l’ambiente circostante, poiché ne è totalmente imbevuto, al punto tale da riportare in scena persino le cose più insensate solo per il gusto di farlo. Eppure, nonostante la sua preparazione, è un pesce fuor d’acqua, non possedendo quel coraggio di cui l’alter ego Rango si fa vanto, manifestandolo apertamente,  in una continua dicotomia fra l’ “essere” e il “manifestare”.

Immagine anteprima YouTube

Il Concerto

 di - 29 aprile 2012  Commenta »
apr 292012
 

Da Beethoven a Tchaikovsky. E’ stato il caso cinematografico del 2009-2010. Scritto a sei mani e diretto da Radu Mihaileanu (Train de vie e La sorgente dell’amore), Il concerto narra la storia del  direttore d’orchestra del teatro Bol’šoj, Filipov, caduto in disgrazia dopo essersi opposto all’espulsione dei musicisti ebrei nell’URSS degli anni ’60, che trova l’occasione per riprendersi la propria rivincita e terminare il concerto per violino e orchestra di Tchaikovsky, interrotto da un funzionario comunista trent’anni prima, al momento della sua scomunica e di tutti i suoi orchestrali.

Manca però la violinista, morta in un campo di lavoro dove venivano rinchiusi tutti gli artisti macchiatisi di anticomunismo, impazzita per la scomunica ricevuta e per la continua ricerca della perfezione nell’esecuzione del concerto per violino e orchestra.

Per sostituirla Filipov chiama Anne-Marie Jacquet, interpretata da Melanie Laurent, resa internazionale dal Bastardi senza gloria di Tarantino, importante violinista contemporanea, con un segreto nella propria famiglia.

Questa la trama del film, retta dai due punti focali del riscatto personale dei musicisti e del segreto di Anne-Marie, che troveranno la rispettiva catarsi nell’atto finale dell’opera, lasciata interamente all’esecuzione del concerto.

Sarà forse stata questa scelta originale nel finale o il tono ironico e scanzonato della narrazione (incarnato soprattutto nell’amico-autista di ambulanze, nella moglie organizzatrice di folle a pagamento per comizi e nella famiglia dei musicisti ebrei)  a portare il film al successo di pubblico, là dove invece la rappresentazione sembra non poco sconfusionata, le sue parti poco amalgamate l’una con l’altra. I due punti focali, di fatto, si incontrano unicamente perché l’orchestra e Anne-Marie salgono insieme sullo stesso palco, per il resto percorrono due strade parallele, senza incrociarsi, se non nel personaggio di Filipov; con l’arrivo a Parigi, il film vira improvvisamente per cercare di calcare il più possibile la vena comica (da “riuscirà Filipov a far suonare la propria orchestra ancora una volta?” si passa ad “un gruppo di vecchietti russi, riusciti dopo quarant’anni ad evadere dalla madrepatria, giungono in occidente e danno sfogo alla propria vita da sempre congelata sotto il totalitarismo russo”); il raggiungimento del terzo atto è un deus ex machina di proporzioni normalmente inaccettabile, un “volemose bene” che riporta all’ultimo momento gli scatenati ebrei alle proprie responsabilità, risolve il conflitto fra Filipov e il funzionario comunista che l’aveva denunciato (ancora ci si chiede perché se lo siano portati da Mosca fino a Parigi) e fra Anne-Marie e l’indisciplinata orchestra; il tutto nel nome del dio Musica.

Nonostante quindi una narrazione alquanto fallace, Il concerto riesce comunque a trovare quel mix di ingredienti e a suscitare quelle determinate emozioni, capaci di nascondere il tentativo di inserire all’interno della sceneggiatura più elementi possibili del racconto originale di Hector Cabello Reyes e Thierry Degrandi, senza, al contrario, focalizzarsi su uno o due aspetti principali da sviluppare.

Amata immortale

 di - 22 aprile 2012  Commenta »
apr 222012
 

 

Amata immortale è una libera interpretazione della vita di Beethoven tratta da una lettera realmente scritta dal compositore

Mio angelo, mio tutto, mio alter ego.

Solo poche parole oggi e scritte a matita, la tua

Solo domani saprò per certo dove andrò a stare.

Che inutile e fastidiosa perdita di tempo.

Perché questo profondo dolore ?

Se potessimo stare insieme, non proveremo più questo struggimento.

Dove sono io, sei tu.

Presto vivremo insieme. E che vita ci attende

Scritto e diretto da Bernard Rose, unico suo film di importante rilevanza internazionale, è in realtà passato abbastanza inosservato, nonostante possa contare sull’interpretazione di Gary Oldman nel suo periodo di “filotto magico”.

La colonna sonora è affidata tutta a brani di Beethoven, con l’orchestra diretta da Georg Solti, uno dei massimi interpreti del compositore tedesco. Il film, lo diciamo subito, può causare forti attacchi depressivi e, nei più emotivi, inarrestabili crisi di pianto.

Dopo la morte di Beethoven, al ritrovamento della lettera, il suo assistente si mette in cerca dell’amante, per riconsegnarle il prezioso ricordo.

Attraverso la sua indagine, viene ricostruita parte della vita di Beethoven, senza però dare troppo spazio ai successi come musicista, anzi, tutt’altro: dalle sua arti da corteggiatore, si passa ben presto ad evidenziare il suo pessimo carattere, che lo porterà alla definitiva solitudine, abbandonato persino dal forte legame coi fratelli, dopo il matrimonio del più giovane con una “poco di buono”.

L’intrattabilità verrà accentuata dall’insorgere prematuro della sordità (elemento centrale del personaggio di Ludwig, incapace di avvertire l’emozioni del mondo esterno, isolato) e dalle relative umiliazioni alla corte imperiale, che lo porteranno all’abbandono delle scene pubbliche, nel vano tentativo di allevare il talento musicale del nipote (dopo la morte del fratello).

Il film è una sorta di indagine poliziesca in tre atti (tre le donne custodi della verità), durante la quale alcuni aspetti della vita di Ludwig verranno analizzati più volte, fino alla scoperta della verità.

Due sicuramente le scene che vi dovranno trovare armati di kleenex, se non per voi, per chi vi sta a fianco: il finale e la scena della Nona Sinfonia, quando viene ricostruito il rapporto violento col padre che, almeno nella finzione, sarà appunto la causa scatenante della sordità e la fonte d’ispirazione per l’Inno alla Gioia.

Senza aggiungere altro, per non rovinare il climax, nonostante gli errori di fotografia, ai più cinefili la scena ricorderà diverse pubblicità e film successivi.

Buon pianto!

Lost in Google

 di - 14 aprile 2012  Commenta »
apr 142012
 

Oggi parliamo di serie web. Mentre in America hanno acquistato talmente tanta importanza e visibilità da ottenere una sorta di Grammy a loro unicamente dedicato, gli Streamy Awards, in Italia stentano ancora a decollare.

La serie che più di tutte ha sbancato a livello internazionale è indubbiamente The Guild, legata al videogioco fantasy Word of Warcraft. Il videogioco si fonda sulla creazione di community online da parte di membri sparsi in tutto il mondo, che creano virtualmente una micro-società e portano avanti tutti insieme la stessa avventura. Si è arrivati persino a celebrare matrimoni nella realtà di Word of Warcraft.

The Guild tratta di una piccola community sconvolta allorquando un membro oltrepassa il confine del virtuale e si reca a casa di un altro membro, una ragazza, per dichiarare il proprio amore reale.

In Italia le serie web più famose sono forse quelle realizzate da Libero, con Luca e Paolo, Ikea (più che altro una serie di candid camera) e Conad, con parte dei comici di Zelig.

Una piccola società napoletana, The Jackall, fin’ora impegnata nella realizzazione di video aziendali, pubblicitari e musicali, qualcuno di origini virale, si sta facendo sempre più conoscere nel web grazie alla serie di fantascienza Lost in Google.

Cosa succede se cerchi “google” in Google ? Il protagonista viene risucchiato in una sorta di portale dimensionale, catapultato dentro il mondo dello stesso motore di ricerca. Di qui, con l’aiuto di un’amica, dovrà prima imparare a comunicare col mondo esterno, poi cercare di uscire in qualche modo.

La serie ovviamente ha continui riferimenti stilistici e narrativi all’universo di Matrix e TRON. Come ogni serie web, la durata di ogni puntata non supera gli 8-10 minuti, con minutaggio variabile; i protagonisti sono pochi (3-4 in tutto) e le location sono molto semplici. La maggior parte, il mondo di Google, ricreato in studio: il protagonista, ad esempio, si ritrova dentro lo street view di Google maps o nell’anticamera del motore di ricerca, dove attendono di essere caricati gli elementi ricercati dagli utenti (immancabili il porno e i banner spam).

Particolarità della serie, l’interattività con gli utenti. Al termine di ogni puntata, i commenti scritti dai vari utenti vengono raccolti dagli sceneggiatori ed utilizzati per scrivere la puntata successiva, durante la quale verranno visualizzati nel susseguirsi della narrazione, trasformando il lavoro in un work in progress di gioie e dolori: inevitabile l’estasi di un’internauta nel vedere il proprio suggerimento riportato nella puntata successiva, ma i tempi di lavorazione, in questo modo, si allungano notevolmente (si è arrivati a raggiungere i 9000 post) rischiando di far perdere la fidelizzazione col pubblico.

Attualmente Lost in Google conta di 3 episodi, compreso il pilota; la lavorazione della quarta puntata è attualmente in corso, ma è impossibile conoscerne la pubblicazione. Sicuramente l’idea è brillante e accattivante, ma bisogna munirsi di pazienza e ricordarsi ogni tanto di far visita al sito per scoprire se sono presenti novità.

apr 072012
 

Vittorio e Sonia si incontrano dopo essersi conosciuti su internet. Il primo appuntamento non è proprio idilliaco: molta timidezza e una buona dose di goffaggine da parte di Vittorio, che si lascia sfuggire il commento offensivo: “avevi detto che eri magra”.

Fra i due comunque scatta qualcosa, continuano a frequentarsi e ben presto vanno a convivere.

Per il primo atto del film si avverte quasi una sorta di simpatia nei confronti di Vittorio. E’ un uomo brutto, poco affascinante e oltremodo impacciato. Sembra quasi non saper come comportarsi nei confronti di una donna, se non attraverso azioni canoniche, come comprare dei fiori, i quali però vengono puntualmente rovinati perché trasportati in motocicletta e a Vittorio non rimane che buttarli senza consegnarli.

Ma Vittorio è anche un artigiano orafo, manda avanti una piccola bottega; abituato a soppesare a mano piccoli grammi d’oro e a modellare la materia a suo piacimento, trasferisce queste abilità nella propria relazione con Sonia. Improvvisamente la gaffe del primo appuntamento, che sembrava una frase buttata lì quasi a caso, torna alla ribalta. Sonia, nonostante i suoi 57 Kg, si lascia convincere a dimagrire, non sapendo che ben presto diventerà un’ossessione sempre più perversa.

Primo amore è il film di Matteo Garrone antecedente Gomorra. Dopo l’inaspettato successo di critica e pubblico di L’imbalsamatore, è il film che l’ha portato ad essere conosciuto da uno spettatore meno di nicchia. Scritto a sei mani insieme a Massimo Gaudioso e Vitaliano Trevisan (l’attore che interpreta Vittorio), trae spunto dal libro di Marco Mariolini, Il cacciatore di anoressiche, dove l’autore descrive la propria ossessione per la magrezza femminile e la propria vita disturbata che lo porterà, un anno dopo la pubblicazione del racconto, ad uccidere l’ex compagna, come preannunciato nello stesso libro.

In Primo amore gli sceneggiatori lavorano per sottrazione, insieme ai due attori esordienti. Si entra in empatia con Vittorio nella prima parte e il suggerimento di dimagrire viene saggiamente soppesato. All’inizio è un semplice consiglio: “Se non ti piaci, fallo. Ma se ti piaci così, a posto” sostanzialmente.

Entra in gioco il carattere dominante di Vittorio e la personalità debole di Sonia, una modella, abituata a lasciarsi trasformare. La ragazza diventa materia da forgiare nelle mani di Vittorio. Come nella lavorazione dell’oro, bruciare tutto per far rimanere solo quello che conta veramente.

Non ci sono scene di violenza esplicita nel film e Sonia non cade nel tunnel dell’anoressia. Semplicemente, le viene privato il cibo. Come le anoressiche però compila una tabella con le calorie contenute in ogni alimento, mangia solo insalata, ma per arrivare fino a 40 Kg non basta e Vittorio inizia a svuotare il frigo, tenerle sotto controllo i pasti, probirle anche un solo biscotto. La sua violenza è doppia: al cospetto della ragazza ordina e consuma qualsiasi tipo di pietanza.

La sua ossessione cresce sempre di più, annullando le sue abilità di modellatore. Il lavoro va in rovina e il rapporto con Sonia diventa conflittuale, fino a quando la ragazza, esasperata, affamata, non si ribella.

apr 012012
 

Si parla di cartoni animati, con la consapevolezza che il genere è considerato di esclusiva appartenenza dei più piccoli solo in Italia.

Nel 2005 uscì un film che una volta tanto ebbe da guadagnare nella trasposizione italiana del titolo ai fini della distribuzione: Cappuccetto Rosso e gli insoliti sospetti, sfruttando il riferimento in locandina al film che diede notorietà a Bryan Singer. Hoodwinked! il titolo originale dell’opera, con un gioco di parole d’altra parte incomprensibile nel nostro paese.

L’appartenenza, se vogliamo, è un po’ il filone Shrek: film ideati ironizzando e giocando con le produzioni disneyane, partendo da quel mondo fiabesco da sempre saccheggiato dal Walt e dalle sue canzonette, qui prese in giro dalla capra Japeth, costretta da un incantesimo di una strega cattiva a cantare invece di parlare.

Il film inizia con la scena a casa della nonna.

La poco svampita Cappuccetto Rosso (Red, in onore a Tex Avery, mago dei cartoni della Warner Bros prima e della MGM poi, ideatore fra gli altri di Bugs Bunny e Duffy Duck, agli antipodi rispetto Disney) entra in casa ed inizia a tartassare il lupo, travestito da nonna, con le famose domande, fino a quando quest’ultimo non perde la pazienza e l’aggredisce. Red sta per rispondergli con due mosse di karate quando dall’armadio esce la nonna tutta imbavagliata e legata. Fra lo stupore generale, dalla finestra piomba il boscaiolo (cacciatore)  brandendo la propria accetta contro il lupo.

La scena viene interrotta e ripresa con l’arrivo della polizia e del detective rana Nick Zampe; iniziano gli interrogatori dei quattro protagonisti; sullo sfondo una brutta storia di rapine e saccheggi per mano del bandito Bon Bon che sta mettendo in ginocchio l’industria di dolci del bosco, di cui Red e la nonna sono validi esponenti, causando la chiusura di numerosi negozi.

Come in Rahomon, durante gli interrogatori ognuno racconta la propria versione della storia, spiegando la propria verità nelle vicende ambigue della favola di Cappuccetto Rosso: i protagonisti da una parte forniscono un tassello del puzzle Bon Bon, dall’altra fanno emergere una verità occultata dalla storia dei fratelli Grimm e di Charles Perrault.

Red è una ragazzina che ne ha per le scatole di effettuare consegne a domicilio e vorrebbe una vita più “piccante”.

Il lupo, un giornalista investigativo dai modi burberi e sempre fraintesi, sta semplicemente cercando di far luce sulle rapine di Bon Bon.

Il boscaiolo in realtà è un’aspirante attore e vende schnitzel in attesa di diventare famoso. Reclutato in uno spot per interpretare un boscaiolo, sta cercando di scovare il lato spaccalegna dentro di sé.

La nonna è una fervente praticante di sport estremi coi quali si distrae dalla noiosa vita quotidiana.

Le quattro storie più volte si intrecciano una con l’altra, svelando dettagli altrimenti nascosti.

Pecca del fim: al secondo racconto è già chiaro chi si nasconde dietro l’identità del bandito Bon Bon, ma come ogni storia del filone Shrek, la trama è solamente un accessorio all’intrattenimento della pellicola.

In campana!

mar 252012
 

La carriera di Joel Schumacher è divisa dallo spartiacque del doppio Batman post Burton. Cinicamente si è più volte benedetto l’esaurimento nervoso che (si dice) ha colpito il regista dopo la direzione del quarto episodio dell’uomo pipistrello. Prima che la Warner lo scegliesse per meglio commercializzare il brand dell’eroe mascherato, Schumacher si era contraddistinto per qualche film di serie B come Linea mortale o lo strappalacrime Scelta d’amore. Nel ’93 ci fu il botto di Un giorno di ordinaria follia, replicato con Il cliente.

Tutto sommato però in tutti questi film l’operato di Schumacher non si era mai segnalato per scelte coraggiose. Un lavoro al servizio della sceneggiatura (e dello Studio), a volte appena sufficiente, a volte no, e via andare affidandosi al botteghino e agli attori. Dopo il (presunto) crollo nervoso, invece, la carriera del newyorkese inizia ad elevarsi di qualità (giudizio personale) o quanto meno a contraddistinguersi all’interno della miriade di registi hollywoodiani così uguali. Si parte con l’accoppiata 8MM-Delitto a Luci rosse e Flawless, dove un omofobico De Niro, dopo un ictus, è costretto a cantare insieme ad un gruppo di drag queen come terapia. L’anno dopo è la volta di Tigerland, uno dei due film consigliati questa settimana. La storia del campo di addestramento per il Vietnam più duro di tutti gli USA, visto attraverso gli occhi di un ragazzo che a morire per un’inutile guerra politica non ha proprio voglia di andare.

E’ il periodo delle regie coraggiose per Joel. Mentre Tigerland viene diretto tutto con telecamera a mano e fotografia sporca, mettendo in scena tutta la violenza dell’addestramento militare e schierandosi apertamente contro la guerra in Vietnam, ovvero contro la guerra in Iraq e Afghanistan, In linea con l’assassino si evidenzia per avere sostanzialmente un’unica location: la cabina telefonica dentro la quale il protagonista è imprigionato da un killer che lo tiene sotto tiro dal grattacielo antistante.

L’anno successivo è la volta del biopic Veronica Guerin (l’altro film di questa settimana), la storia della giornalista di Dublino assassinata dai narcotrafficanti per le sue inchieste nel mondo giovanile della droga (negli anni ’90 l’Irlanda era uno dei paesi col più alto consumo di droga). A seguire Il fantasma dell’opera, musical dove il regista ha potuto svariare (nel bene e nel male) apertamente. Dopodichè la parabola discendente dell’exploit Schumacheriano torna a fare capolino: Number 23 è un film ammiccante ma non completamente riuscito; Town Creek è un horror con l’unico pregio di avere Michael Fassbender nel proprio cast; di Twelve, invece, non se ne sentiva bisogno. Tresspass poteva riprendere il filone d’oro post Batman (marito e moglie sequestrati in casa da dei rapinatori, con la donna in realtà d’accordo con i malviventi), se non altro per il cast dei protagonisti  (Nicole Kidman e Nicolas Cage, nel tentativo di “rilancio” della sua carriera “attoriale”), ma è passato pressochè inosservato e distribuito sotto silenzio.

Un regista curioso Joel Schumacher, un omosessuale accusato di realizzare film omofobici, con qualche titolo degno di una più che piacevole serata riflessiva.

mar 182012
 

Rimanendo in tema di Oscar, nel 2009 uscì e fu candidato all’oscar come miglior sceneggiatura sotto il silenzio generale un interessante film indipendente di genere, inglese, scritto e diretto da Martin McDonagh (opera prima) dal titolo In Bruges – La coscienza dell’assassino con Colin Farrell, Brendan Gleeson e Ralph Fiennes (nel ruolo del villain).

Due assassini inglesi vengono spediti dal loro capo a Bruges dopo che nell’ultima missione uno di loro (Farrell) ha ucciso un bambino per sbaglio, andando incontro ad uno dei principi cardini dei killer di professione: non si uccidono bambini (i preti sì, però).

In realtà il trasferimento punitivo a Bruges nasconde un secondo fine: Brendan Gleeson, il mentore, nel ruolo metaforico di padre, deve uccidere Colin Farrell, l’allievo-figlio, per l’errore commesso. Da parte sua, Colin Farrell, dopo l’uccisione del bambino, è caduto in una profonda depressione, ampliata dalla cittadina di Bruges, per lui così vuota e inutile, abituato com’è alla grande metropoli, fino ad arrivare al tentativo di suicidio.

Come ogni film impregnato nel proprio genere, non ci sono molti spunti di riflessione, salvo appunto la costruzione della sceneggiatura, con le quali regole e strutture Martin McDonagh gioca abbastanza. Ma d’altronde anche il tono della narrazione e la caratterizzazione dei personaggi sono un gioco: la commedia prevale sul thriller, Ken (Gleeson) incarna benissimo il ruolo da turista, Ray, (Farrell), ottimo casinista, sembra tutto tranne che un pericoloso sicario. I percorsi di maturazione dei due personaggi (la missione di uccidere il collega – il tentativo di suicidio) arriveranno al loro rispettivo apice contemporaneamente, portando così il padre ad insegnare al figlio la più importante delle lezioni, ma costringendo il villain ad entrare in scena e mettere in moto un percorso che porterà la narrazione a chiudersi in perfetta circolarità, riportando lo spettatore di fronte alla situazione iniziale (un assassino entra in crisi dopo aver ucciso un bambino), trasportando all’interno del viaggio personaggi secondari apparentemente inutile, come la bella di turno e il suo fidanzato rapinatore, a volte un po’ tirati per i capelli.

Insomma, un film discreto, non eccezionale, con una sceneggiatura tuttavia “di ferro” alle spalle. Può piacere o non piacere, comunque un’ottima occasione per una bella serata sul divano a distrarsi.

mar 032012
 

Apro questo post affermando di non avere ancora visto The Artist, trionfatore della serata degli Oscar.  Eppure, con un po’ di spocchia e tracotanza, parlerò proprio di The Artist, anzi, del fenomeno The Artist.

“Quando mi arriva la scheda degli Oscar, solitamente metto una croce sui miei amici, poi, se nelle altre categorie non sono presenti persone che conosco, lascio a mia madre il compito di completare la scheda”

Queste, virgola più, virgola meno, le confessioni di Samuel L. Jackson, membro e giurato dell’Academy Awards, alla vigilia degli Oscar di qualche stagione orsono. Ma come lui, sono molti nel tempo ad aver confessato che all’arrivo del pacco di film a casa per le votazioni, non hanno nemmeno il tempo o la voglia di vederseli tutti, ne scelgono alcuni e mettono croci un po’ a casaccio, fino all’esempio estremo di Jack Palance: al momento di leggere il nome della vincitice per l’attrice non protagonista nel 1993, chiamò Marisa Tomei e, sembra, non il nome effettivamente presente sulla busta del vincitore; sono due le leggende intorno a questa storia, una dice che si volesse portare a letto la Tomei, l’altra che fosse completamente sbronzo.

Sia come sia, le ragioni dell’esistenza degli Oscar sono sostanzialmente due: aumentare i cachet dei vincitori e vendere maggiori biglietti al botteghino. Dal punto di vista cinematografico, vincere un Oscar non ha molto senso, mentre invece, al contrario, collezionare candidature può essere ritenuto artisticamente valido (anche se giustamente ti girano quando non hai ancora vinto alla nona nomination). Le candidature infatti vengono proposte e votate con una serie di passaggi scrematori dai diretti colleghi dei candidati (gli sceneggiatori si occupano delle candidature degli sceneggiatori, i registi dei registi, etc.); il vincitore come descritto sopra. Per diventare un membro dell’Academy o si ha vinto un Oscar o il proprio nome occupa una posizione nella storia del cinema in senso lato, molto lato. Basta aver realizzato due o tre film di successo al botteghino americano e l’invito arriva direttamente a casa, soprattutto agli attori, che nei 6’000 membri dell’Academy occupano la posizione di maggioranza e per tanti di questi il set di un film artisticamente valido è un miraggio (per molti, altrettanto le competenze), quanto in Italia, oggi, un lavoro nel campo in cui ha studiato per un laureato in Lettere e Filosofia.

The Artist è un film furbescamente nostalgico. Parla di un passato che non c’è più, di un’epoca d’oro svanita ed è molto facile farsi affascinare da questo incantesimo, soprattutto per chi, nel mestiere, oggigiorno, non ha più quell’ “aurea divina” dei miti degli anni ’20-’30. Dall’altra parte affascina anche la critichetta sinistrorsa, pronta ad andare in brodo di giuggiole non appena si rivanga il passato dove “si stava meglio quando si stava peggio”. A Cannes, dove tutti si prendono molto più tremendamente sul serio, ha vinto The Tree of Life (tremendamente serio).

(e in ogni caso sono sempre più convinto che Martin Scorsese stia sulle ….. un po’ a tutti i membri dell’Academy)